Superando il confine

Zurigo in primavera

Ogni volta che dal garage porto su una valigia, Charlie, il mio cucciolo di Cavalier King, si agita. Scodinzolando, osserva incuriosito quell’oggetto molto più grande di lui, lo annusa, girandoci attorno, e poi, con quel suo muso buffo mi guarda, quasi perplesso come se mi volesse chiedere “vengo via con te?”. Allora gli sorrido, porto la valigia in camera, la apro e inizio a riempirla: da un lato metto i vestiti, dall’altro i beauty-case e le scarpe. Charlie osserva ogni mio movimento con attenzione e appena distolgo l’occhio dal bagaglio ci balza dentro, sedendosi, a volte addirittura sdraiandosi, sui miei capi con espressione compiaciuta.

È un freddo sabato di marzo quando, dopo averne discusso con i miei genitori, decido di andare in garage per prendere la grande valigia color granata. È da un paio di mesi che non viene usata e mentre risalgo in ascensore la guardo, soffermandomi sui tanti adesivi incollati sui vari lati, ripensando così ai viaggi passati. Di corsa entro in casa e senza considerare Charlie, che come immaginavo mi aspetta davanti all’ingresso, mi precipito in camera. Lui mi corre dietro, scodinzolando e abbaiando, poi, appena adagio la valigia sul pavimento e la apro, ci salta dentro e con sguardo dubbioso, quasi contrariato, mi fissa. 

Mi siedo sul parquet caldo vicino alla valigia, lo sollevo, approfittandone per dargli un bacio sulla testa, proprio come farebbe una mamma con il suo bambino, e lo metto sul mio letto. Pare confuso, disorientato, quasi preoccupato, proprio come me. 

In fretta riempio la valigia, senza prestare troppa attenzione a ciò che metto dentro: un paio di maglioni pesanti e qualche jeans dovrebbero bastare. “Basteranno davvero?”, mi domando poi perplessa. Non so quanti giorni starò via, meglio prendere qualche capo in più. Allora riapro l’armadio e lancio una rapida occhiata ai vestiti rimasti appesi. Il golfino di cashmere rosa anche se elegante mi potrebbe servire. Per sicurezza prendo anche quello nero e una camicia bianca. Poi aggiungo un paio di stivali con il tacco. 

Corro in cucina, seguita chiaramente da Charlie che appena mi ha visto uscire dalla camera è saltato giù dal letto, e apro la dispensa. Mia mamma è indaffarata ai fornelli: in una pentola ha da poco messo su il ragù, mentre in un’altra sta preparando il sugo alla genovese. “Già che sei in dispensa, prendimi qualche barattolo di vetro”, mi dice. “Sono quelli in alto a destra con il coperchio bianco”, continua. Alzo lo sguardo, quindi prendo una sedia del tavolo alle mie spalle e raggiungo la mensola dei barattoli. Glieli porgo, le sorrido e la ringrazio per tutto ciò che fa per me. Lei a sua volta mi sorride e mi dice “Prendi tutti i pacchetti di pasta e anche le scatolette di tonno, le lenticchie e i piselli”. 

Ritorno in camera con 5 kg di pasta tra penne, fusilli e spaghetti. Sistemo i 10 pacchetti con i vestiti e poi ritorno in cucina per prendere lo scatolame. Charlie sempre più perplesso mi segue, annusando tutto ciò che metto in valigia. 

Guardo il cellulare. Sono le 17:02. Ancora nessuna notizia. 

Cerco di distrarmi osservando la libreria. “Dovrò prendere anche qualche libro”, penso. Allora decido di mettere in valigia un paio di classici – Orgoglio e pregiudizio, che vorrei tanto rileggere, Piccole donne e Alice nel paese delle meraviglie – poi prendo anche qualche romanzo della Christie, una delle mie scrittrici preferite, ed infine un recente acquisto: Wild di Cheryl Strayed.

Mentre sistemo i romanzi tra un maglione e un pacco di pasta mi chiedo se riuscirò a partire. Non ho mai vissuto un’incertezza simile e non mi sono mai trovata a preparare una valigia senza aver prima acquistato il biglietto del treno o dell’aereo.

Charlie è di nuovo sul mio letto, sdraiato, ma con occhi vispi e attenti. Pare però essersi rassegnato all’idea di non riuscire a comprendere questa insolita frenesia.

Mia mamma mi raggiunge in camera, portando due confezioni di biscotti e qualche vasetto di passata di pomodoro. “Questi ci entrano?”, mi chiede con voce squillante. Charlie alza le orecchie, come se cercasse di cogliere ogni nostra battuta. La guardo perplessa. Entrambe allora ci chiniamo sulla valigia e cerchiamo di sistemare i pacchetti di biscotti e le conserve. Ormai non ci entra più nulla.

Sono le 21:17 e non è stato dato ancora nessun aggiornamento. La valigia è pronta ed è pronta anche la mia borsa, in cui ho messo il laptop, l’iPad, la macchina fotografica, il portafoglio – ho preso anche il passaporto, non si sa mai – e un piccolo beauty-case, indispensabile per quando devo affrontare un viaggio. Dentro sono solita mettere un pacchetto di salviette umidificate, delle caramelle, qualche pastiglia per il mal di testa, una boccetta di gel disinfettante, un burro cacao e un pacchetto di fazzoletti. 

Solitamente la notte che precede una partenza sono molto emozionata. Fatico ad addormentarmi, quindi mi preparo una tazza di camomilla, leggo qualche pagina e pian piano prendo sonno. Questa sera, però, non sono emozionata. Sono agitata, quasi spaventata.

“Vedrai che riuscirai a partire e che andrà tutto bene”, mi dice mia mamma porgendomi una tazza di camomilla fumante. Ho sempre ammirato molto il suo ottimismo. 

Controllo di nuovo il cellulare. Un messaggio di Gianluca in cui mi chiede se ci sono novità. “Purtroppo no”, gli rispondo. Poi gli invio l’emoticon del bacio e gli auguro la buonanotte. 

Sono quasi le undici. Meglio spegnere tutto e provare a dormire. Domani la sveglia suona alle cinque.

Alle 4:22 sono già sveglia. Accendo subito il cellulare, speranzosa, ma al tempo stesso ansiosa di trovare qualche aggiornamento. Noto la data di oggi: domenica 8 marzo. Avevamo programmato un pranzo con mia nonna per festeggiare insieme la festa della donna e sicuramente papà ci avrebbe sorpreso con qualche piccolo mazzo di mimose. Mentre immagino  come avrei trascorso la domenica, entro su Google. Eccola lì la notizia tanto temuta: il nord Italia si blinda. Già l’altro ieri, quando si vociferava un’imminente chiusura della Lombardia e di altre province del nord, mi chiedevo come fosse possibile isolare una porzione, tra l’altro così consistente, di Italia. 

Mi precipito in camera dei miei genitori. Sono già svegli. Entrambi seduti ai piedi del letto concentrati sulle ultime notizie date da SkyTG24. I loro visi sono seri e tesi. Mio padre mi guarda con occhi preoccupati. Nessuno dice nulla e il silenzio diventa quasi assordante. 

Modena, la nostra città, è una delle quattordici province dichiarate “zona rossa”. Ciò significa che con il decreto varato questa notte la regione Lombardia e altre quattordici provincie del centro-nord sono blindate. Vietati, quindi, gli spostamenti, nonché sospese molte attività. 

Il tempo stringe e in fretta dobbiamo decidere cosa fare. 

Andiamo in cucina, raggiunti da Charlie che viene verso di noi scodinzolando, sperando che qualcuno gli riempia la ciotola di croccantini. Mia mamma lo accontenta e poi prepara il caffè. Lo beviamo in silenzio, pensierosi e preoccupati. 

Accendo la tv. I servizi del telegiornale continuano a trasmettere i video mostrati la sera precedente: la stazione di Milano Centrale presa d’assalto. Il giornalista descrive quella situazione quasi irreale come un vero e proprio esodo verso il sud e non si può che dargli ragione.

Chiamo i carabinieri per avere qualche delucidazione. Mi informano che per ora gli spostamenti sono ancora consentiti, ma mi incitano a sbrigarmi.

In fretta mi preparo. Altrettanto fanno i miei genitori. 

Con cura poi mia mamma sistema i barattoli contenenti il ragù e il sugo alla genovese in una sporta. Ci aggiunge una bottiglietta d’acqua e qualche snack.

Cercando di non far rumore, trascino la valigia all’ingresso. Charlie è davanti alla porta e mi guarda con quei suoi grandi occhi vivaci. Crede che sia l’ora della passeggiata mattutina, quindi inizia a scodinzolare e ad abbaiare, sperando che gli metta il guinzaglio e lo porti fuori. Invece mi chino, lo accarezzo e gli dico “A presto”.

Sono quasi le sette, il sole è da poco sorto. 

Entriamo in autostrada a Modena Nord e proseguiamo verso Milano. Mentre mio padre guida io e mia mamma leggiamo le ultime notizie: lei dall’iPad e io dall’iPhone. Le prime pagine dei principali quotidiani nazionali hanno titoli inquietanti: “Virus, chiusa la Lombardia” è quello scelto dal Corriere. “Il virus chiude il cuore del Nord” opta La stampa. “Lombardia chiusa” avvisa il Giornale, aggiungendo il sottotitolo “Bozza del governo: si entra e si esce solo per validi motivi”. Frasi che intimoriscono e che inevitabilmente portano a domandarci cosa stia succedendo.

Ogni tanto distolgo lo sguardo dal cellulare per guardare fuori. La ferrovia dell’alta velocità fiancheggia l’autostrada. Vedo solo due treni sfrecciare. Entrambi diretti a sud. Entrambi vuoti.

Le quattro corsie della A1 sono deserte. “D’altronde è domenica mattina”, dice mia mamma, ma questa immagine mi spaventa. Sembra uno scenario surreale, quasi apocalittico. 

A un certo punto la mia attenzione viene colpita da un segno rosso e bianco comparso all’improvviso sul navigatore. Stiamo per superare il casello di Codogno e il navigatore ci informa che il comune è attualmente inaccessibile. 

Apro la App di Trenitalia e inserisco la stazione di partenza e quella di destinazione. Poi inserisco la data di oggi. Qualcosa non va perché appena avvio la ricerca appare l’avviso che nessun treno in partenza da Milano è disponibile. Preoccupata lo dico ai miei genitori, che suggeriscono di oltrepassare il capoluogo lombardo e di portarmi a Como.

Sono da poco passate le 9:00 quando arriviamo alla stazione di San Giovanni. Il cielo è terso e l’aria è fresca, quasi pungente. Esattamente un mese fa mi trovavo in questa città insieme al mio fidanzato: una piccola fuga romantica per scoprire uno dei laghi più belli d’Italia. 

I primi di febbraio già si parlava del virus, ma probabilmente nessuno, forse esperti esclusi, avrebbe immaginato che di lì a poco sarebbe scoppiata una pandemia. 

Io e Gianluca passeggiavamo spensierati mano nella mano lungo la passerella che fiancheggia il lago, noncuranti come la maggior parte dei passanti attorno a noi della nuova malattia. Parlavamo del viaggio in Camargue, previsto per Pasqua, e poi fantasticavamo sui Paesi che desideravamo visitare durante l’estate. Non immaginavamo assolutamente che un virus ci avrebbe impedito di partire o che peggio ancora avrebbe causato così tanti problemi. 

Mio padre mi aiuta con la valigia, mentre mia mamma paga il parcheggio. Ci incamminiamo verso la stazione, stranamente molto tranquilla, quindi verso la biglietteria automatica. Lancio una rapida occhiata al tabellone delle partenze. Pare che i treni circolino.

Tocco il display e inserisco la destinazione: Zurigo. Mi appaiono differenti soluzioni e opto per la prima: partenza alle 9:50 e arrivo alle 12:50. 

I miei genitori mi accompagnano al binario e mentre aspettiamo il treno, si affrettano a farmi le ultime raccomandazioni. Nessuno di noi tre sa quanti giorni starò via e mia mamma preoccupata teme che i vestiti che ho portato siano pochi o, peggio ancora, troppo poco pesanti. Mi suggerisce, quindi, di inviarmi un pacco con altri capi invernali e tutto ciò di cui potrei avere bisogno, ma che data la fretta ho dimenticato. La tranquillizzo, dicendole che starò bene. Mio padre, invece, mi chiede di chiamarlo appena arrivo a Chiasso. Date le nuove restrizioni, teme che non mi facciano superare il confine. 

In lontananza si sente il rumore del treno. Eccolo che arriva. Abbraccio forte mamma e papà e appena le porte della carrozza 5 si aprono, salgo e cerco il mio posto: il 21, vicino al finestrino. Sistemo la valigia dietro al sedile e la borsa con il cibo nella cappelliera. Guardo i miei genitori attraverso il vetro: sono felici. Hanno gli occhi lucidi, come me, ma sanno che hanno fatto la scelta giusta. Difficile immaginare cosa accadrà nell’imminente futuro quindi sono contenti se riesco a raggiungere il mio fidanzato in Svizzera. 

Il capotreno fischia e subito dopo sento le portiere chiudersi. Il treno sta per partire. Continuo a osservare i miei genitori, ancora lì sul binario uno accanto all’altra. Mi mandano baci.

Mentre apro il tavolino di fronte a me per posizionare l’iPad, un controllore attraversa velocemente il vagone quasi vuoto. Lo guardo di sfuggita e poi butto l’occhio sulla signora che ha appena preso posto poco distante da me, nella fila opposta. Indossa un maglione di lana azzurro, da cui fuoriescono i polsini e il collo di una camicia bianca, dei jeans scuri e dei mocassini di pelle. Dalla borsa prende un elastico con cui si lega la massa di capelli dorati che le ricade sulle spalle, poi estrae una boccetta di gel disinfettante e sparge un po’ di prodotto sulla superficie del tavolo, distendendolo con un fazzoletto di carta. Sul ripiano appena disinfettato apre un quotidiano e inizia a leggere.

Accendo l’iPad, pensando che io, invece, l’ho appoggiato non curante su una superficie molto probabilmente pullulante di batteri. 

Sono le 9:53. Fra poco arriveremo a Chiasso e lì salirà la polizia per controllare a campione i documenti e i bagagli dei passeggeri. 

Conosco bene la tratta Milano – Zurigo. Quando Gianluca si è trasferito in Svizzera avevamo da poco iniziato a frequentarci. Cercavamo di vederci due volte al mese, quindi una volta tornava a Modena lui e l’altra andavo su io. Purtroppo non esiste il volo Bologna – Zurigo e l’unico mezzo comodo e veloce risulta essere il treno. Il viaggio dura tre ore e quaranta minuti e solitamente impiego questo tempo leggendo o guardando film. 

Oggi sono particolarmente tesa. Casomai dopo aver superato il confine sceglierò un film oppure sfoglierò una rivista, ma ora voglio solo osservare ciò che mi circonda.

Il controllore attraversa di nuovo il corridoio con passo spedito. La donna con il maglione azzurro continua a leggere senza lasciarsi distrarre dal quel rapido passaggio.

Il treno comincia a rallentare e finalmente raggiunge Chiasso. “Sono in Svizzera”, penso.

Le portiere delle carrozze si aprono: nessuno scende e pochissima gente sale. I posti davanti a me e alla signora con il maglione azzurro continuano a rimanere vuoti.

Tre uomini della polizia di frontiera attraversano il corridoio della carrozza 5. Osservano i pochi passeggeri, me compresa, che cerco di mostrarmi rilassata, poi entrano nella carrozza 6. 

Guardo il cellulare. Un messaggio da parte della mia compagnia telefonica che mi avvisa dei costi di chiamata in Svizzera.

Sono le 10:02. Fra un minuto il treno dovrebbe ripartire. 

Bevo un sorso d’acqua, poi scarto il toast preparato di fretta questa mattina e comincio a fare colazione. Mi accorgo che ho dimenticato di disinfettare le mani quando ormai ho già mangiato un paio di bocconi. “Poco importa”, mi dico, “per fortuna non sono misofoba come la signora in azzurro”. 

Ricontrollo l’ora. Sono le 10:07 e siamo ancora fermi a Chiasso. 

Guardo fuori dal finestrino: i binari sono deserti, quindi la mia attenzione viene catturata da un cartellone pubblicitario vicino alla stazione. Appaiono le immagini di tre bellissime donne bionde: impossibile non riconoscerle. Sono le protagoniste di Bombshell, che uscirà a fine mese.

Il fischio del capotreno avvisa che stiamo per ripartire. Le porte si richiudono, quindi sblocco il cellulare e sto per chiamare mio padre, quando compare di nuovo il controllore. Questa volta non è di fretta e si ferma impassibile tra il mio sedile e quello della signora in azzurro. La donna allora posa il quotidiano, estrae dalla borsa il cellulare e con un secco “Ecco” gli mostra lo schermo. Poi si immerge di nuovo nella lettura. Il controllore si gira verso di me, che nel mentre ho tirato fuori il biglietto cartaceo dall’agenda. Lo prende e lo osserva con attenzione, poi me lo restituisce e mi augura buon viaggio. 

Al primo squillo mio padre risponde. Lo informo che il treno è già in viaggio verso Lugano e che i controlli alla frontiera sono stati veloci come le volte precedenti. Anche lui mi augura buon viaggio e chiude la telefonata dicendomi “Ti voglio bene, Ciuffetto”.

Con lo sguardo perso nel paesaggio fatto di alberi spogli ripenso all’agitazione delle ultime 24 ore.  Penso poi a tutte le notizie lette e sentite negli ultimi giorni e alla preoccupazione e alla paura che si stanno prepotentemente insediando in ciascuno di noi. È davvero difficile immaginare cosa accadrà.

Inclino lo schienale e cerco di scacciare questi pensieri focalizzando la mia attenzione sulla natura che intravedo dal finestrino. Penso che finalmente potrò godermi il viaggio, perché finalmente ho superato il confine.

Una delle prime foto scattate a marzo 2020 a Zurigo, dove la primavera stava pian piano facendo capolino

Svizzera-primavera

Superando il confine è un racconto che ho scritto di getto nell’autunno dell’anno scorso e che ho poi presentato a un concorso narrativo promosso dall’Università Iulm di Milano. È stato selezionato, quindi fa parte di una raccolta di racconti, che verrà presto pubblicata, che ha per filo conduttore il tema dell’Oltre nelle sue infinite declinazioni.

Ho interpretato questo tema in senso geografico, decidendo di raccontare di un viaggio in treno tra l’Italia e la Svizzera vissuto in un giorno delicato e difficile, quello in cui, esattamente un anno fa, il nord Italia veniva blindato per contenere la diffusione di COVID-19.

Questa è solamente la prima parte del racconto. La seconda, che probabilmente pubblicherò, racconta del viaggio di ritorno, quando i primi di giugno, io e il mio fidanzato abbiamo lasciato Zurigo per tornare nella nostra città: Modena. Anche in quel caso si è trattato di un viaggio particolare, vissuto con il timore di poter contrarre il virus durante il lungo viaggio in treno, ma al tempo stesso con la gioia di poter riabbracciare, dopo ben tre mesi, le nostre famiglie.

Dedico Superando il confine ai miei genitori, perché antepongono sempre a tutto la felicità mia e di mia sorella, e a Gianluca, con cui esattamente un anno fa ho iniziato un’esperienza indimenticabile: la convivenza.

26 thoughts on “Superando il confine

  • Maria Grazia
    marzo 8, 2021, 1:18 pm

    Bello e intenso il tuo racconto. Ricordo quanto grati ,a te e ai tuoi genitori, eravamo io e Giovanni, per il sacrificio che stavate compiendo. Raggiungere Gianluca e aiutarlo con la condivisione del lockdown e con la premurosa e amorevole compagnia, era ed è rimasto, per noi, la più bella dimostrazione dell’amore che hai per lui. Deve esserti grato e sarà anche orgoglioso di quanto grande sei come scrittrice.

  • Antonella
    marzo 9, 2021, 7:00 am

    Tesoro hai scritto benissimo quel momento e mi emoziono ancora ad ogni parola che leggo…io e tuo padre decidemmo di lasciarti andare a Zurigo perché i tuoi meravigliosi occhi verdi brillavano di una luce particolare, era gioia e amore.

  • Dora
    marzo 9, 2021, 9:06 am

    Hai scritto benissimo…ho letto tutto di un fiato il tuo racconto che mi ha fortemente emozionato. Sei una brava scrittrice e hai tutti i propositi per diventare famosa, io sarò una tua grande sostenitrice!
    Brava Valentina
    Con affetto Dora

    • marzo 9, 2021, 9:23 am

      Grazie di cuore Dora per questo tuo commento.
      Mi fa piacere che questo mio racconto ti sia piaciuto… presto pubblicherò la seconda parte.
      Un grande abbraccio.

  • Roberta
    marzo 9, 2021, 12:36 pm

    Delicato racconto di come il desiderio di amore sia così grande da superare la paura dell’ignoto che ci ha morsicato tutti in quei giorni. Ogni certezza, tutte le piccole abitudini quotidiane…veramente un bel racconto di un momento brutto. Bravissima Valentina. Ps ho pianto

    • marzo 9, 2021, 1:34 pm

      Grazie Roberta per questo tuo commento. Mi fa tanto piacere leggere che il racconto ti abbia commosso.

  • marzo 12, 2021, 12:49 pm

    Complimenti per aver vinto il concorso ma soprattutto per come sei riuscita a canalizzare le emozioni in pochi paragrafi, quando ancora si viveva nel limbo tra la vecchia vita che vivevamo tutti i giorni e il “new normal” a cui ci siamo dovuti abituare ben presto.

  • marzo 12, 2021, 2:55 pm

    Ciao Valentina! Un racconto davvero intenso, che mi ha fatto tornare in mente quegli fatidici istanti di un anno fa.
    Io ero qui, a Bergamo, in Lombardia, rossa più di quanto la gente dall’esterno potesse immaginare!

    Una Bergamo dove già gli ospedali erano colmi di gente. E poi quei camion, carichi di bare. Solo dopo quello il resto dell’Italia, forse, prese coscienza di ciò che stava accadendo! Qualcosa che mai dimenticherò, per tutto il resto della vita .E so bene che mi lascerà un segno indelebile.

    Per questo, ciò che hai scritto, mi ha colpita ancora di più. E ora a distanza di un anno, vivo ancora a distanza con il mio compagno, questo percorso.

    Avete auguro che sempre ci sia il meglio del meglio nella vita, con il tuo fidanzato, in questo viaggio nella vita che vi auguro di percorrere insieme nella gioia.

    Con affetto.

    Mimi

    • marzo 15, 2021, 8:41 am

      Ti ringrazio Domenica per il commento e l’augurio finale.
      Purtroppo non sono stati e non sono tuttora dei bei momenti… dobbiamo avere pazienza e sperare.
      Mi spiace per te che continui a essere lontana dal tuo compagno. Spero che riuscirai a rivederlo presto.
      Un abbraccio.

  • marzo 12, 2021, 5:32 pm

    Non posso che farti i miei complimenti per questo racconto, anche se mi ha fatto venire il magone perchè, oltre alla tua esperienza personale, è anche il racconto di una tragica realtà che stiamo ancora vivendo.

    • marzo 15, 2021, 8:41 am

      Ti ringrazio Teresa per questo tuo commento.
      Purtroppo i momenti brutti non sono ancora passati… speriamo di tornare presto a una certa normalità.

  • marzo 12, 2021, 5:58 pm

    Valentina il tuo racconto mi ha commosso. Per un attimo ho rivissuto il terrore di un anno fa, quando i tg erano bollettini di guerra. La cosa che mi fa più rabbia è che dopo un anno è davvero cambiato poco, ad oggi gran parte dell’Italia è in zona rossa mentre scrivo.

    Ti auguro davvero tutto il bene di questo mondo e, mi raccomando, continua a emozionarci! Hai un dono e una sensibilità che viene fuori pur non conoscendoti.

    • marzo 15, 2021, 8:43 am

      Ciao Valeria, ti ringrazio per questo tuo commento.
      Hai ragione, purtroppo rispetto a un anno fa la situazione sembra proprio non essere cambiata di molto (anzi, forse è addirittura peggiorata…).

  • marzo 14, 2021, 6:38 am

    Bellissimo racconto Valentina. Mi hai fatto rivivere l’ansia del primo lockdown quando ho provato le stesse sensazioni al contrario, sperando di riuscire a rientrare da Berlino a casa e riabbracciare il mio piccoletto.

    • marzo 15, 2021, 8:53 am

      Ciao Cristina, allora hai capito bene cosa ho provato.
      Per chi doveva raggiungere la famiglia a marzo 2020 non è stato facile.

  • marzo 14, 2021, 1:47 pm

    Che bel racconto! Forse non lo avrei pubblicato come post ma avrei dedicato una sezione apposta a questo racconto! Cmq bello e intenso!

    • marzo 15, 2021, 8:54 am

      Ciao Michela, grazie.
      Per ora ho pubblicato solo due racconti e ho creato la sezione “racconti” in cui sono raccolti.

  • marzo 19, 2021, 1:12 pm

    Sembra di leggere un racconto scritto durante il periodo bellico. Una vera e propria fuga, da un nemico stavolta invisibile, tra la paura di essere sorpresi li dove non Si dovrebbe essere e l’ansia di essere controllati, additati, rimandati indietro. Ma quando torneremo a vivere sereni? quando??

    • aprile 2, 2021, 10:02 am

      Hai proprio scritto bene, Annalisa. Sembra un racconto scritto in periodo di guerra.
      Non so quanto si riuscirà a tornare a una certa normalità… speriamo il prima possibile.

  • marzo 19, 2021, 2:12 pm

    Molto commovente il tuo racconto. Credo che ognuno di noi sapesse esattamente dove si trovava e cosa stava facendo quel terribile 8 marzo di un anno fa. Per me personalmente anche di più perché abito a Lodi e la zona rossa di Codogno ci ha colpito come una mazzata una settimana prima che il mondo si fermasse.

    • aprile 2, 2021, 10:02 am

      Immagino Antonella, voi del lodigiano siete stati i primi a “sperimentare” la zona rossa 🙁

  • aprile 2, 2021, 6:26 am

    Bellissimo. Mi hai tenuta inchiodata allo schermo fino alla fine e mentre leggevo mi ripetevo “dai speriamo che riesca a superare la frontiera” 👏 Comunque ripensando agli inizi della pandemia sembra davvero incredibile tutto quello che è successo…

    • aprile 2, 2021, 10:04 am

      Ti ringrazio Elisabetta per aver letto e apprezzato questo mio racconto 🙂
      Anche io spesso, quando mi soffermo a riflettere sull’attuale situazione, mi pare quasi irreale tutto ciò che ci è successo… un vero incubo da cui spero di uscire presto.

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